
L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nel cuore delle strategie aziendali, ma con essa cresce anche una domanda cruciale: chi ne ha davvero il controllo? Tra accelerazione tecnologica e nuove sfide operative, le imprese italiane si trovano oggi a dover bilanciare innovazione e sicurezza, in un contesto dove la sovranità digitale non è più rimandabile.
Un sistema pronto ma non davvero resiliente
La sovranità dell’intelligenza artificiale non è più un tema teorico, ma una priorità concreta per le imprese italiane. Lo dimostra l’ultima ricerca di Red Hat, che fotografa uno scenario tanto avanzato quanto fragile: le aziende sono consapevoli dei rischi, ma non ancora pronte ad affrontarli davvero. Secondo i dati, il 71% dei decision maker IT italiani dichiara di avere una “exit strategy” nel caso in cui il proprio fornitore di AI limiti l’accesso ai servizi. Un numero che potrebbe sembrare rassicurante. Ma c’è un dettaglio che cambia completamente la prospettiva: il 41% prevede comunque un impatto significativo o moderato sulla continuità operativa. Dunque le strategie esistono, ma non garantiscono una reale sicurezza.
L’AI agentica corre, la governance resta indietro
Un altro dato chiave riguarda la diffusione dell’AI agentica, cioè sistemi capaci di agire autonomamente e attivare processi senza intervento umano. In Italia, l’adozione è altissima: il 92% delle aziende utilizza già questa tecnologia, un valore superiore alla media europea, ma la governance non tiene il passo. Solo il 37% delle organizzazioni dichiara di avere framework solidi per gestire questi sistemi. Il resto si divide tra governance parziale o ancora molto basilare. Questo crea un gap pericoloso: tecnologie sempre più autonome vengono implementate senza un controllo adeguato. In un contesto in cui l’AI prende decisioni operative, questa mancanza può trasformarsi in un rischio concreto.

Il nodo della sovranità: dati e controllo ancora limitati
La sovranità dell’AI si basa su un principio semplice: sapere dove sono i dati, come vengono utilizzati e avere la possibilità di cambiare fornitore senza blocchi. Ma se da un lato il 90% delle aziende afferma di avere visibilità completa o parziale sui dati, dall’altro il 36% ammette di avere solo una visione limitata. Questo significa che una parte significativa delle organizzazioni non ha pieno controllo su informazioni strategiche. In un’epoca in cui i dati sono il vero asset competitivo, è un punto debole rilevante.
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Open source: la leva per evitare il lock-in
Per affrontare questo scenario, emerge con forza un elemento chiave: l’open source. Il 76% dei decision maker IT italiani lo considera fondamentale per aumentare il controllo sui sistemi di AI, evitare il lock-in tecnologico e garantire maggiore flessibilità. Inoltre, nei prossimi tre anni, i benefici più rilevanti saranno legati a trasparenza e auditabilità, personalizzazione, controllo su infrastrutture e modelli. Le aziende non vogliono più soluzioni chiuse e rigide. Cercano ecosistemi aperti, adattabili e verificabili.

Regolamentazione e politiche pubbliche: l’Italia spinge sull’open
Un altro dato interessante riguarda il ruolo delle istituzioni. Il 78% degli intervistati italiani ritiene che le politiche pubbliche dovrebbero imporre principi open source per garantire un’AI affidabile. Un valore in linea con la media europea, ma superiore a Paesi come Francia e Germania. Questo evidenzia una forte sensibilità del mercato italiano verso temi come trasparenza, sicurezza e controllo. Servono regole che favoriscano un ecosistema aperto e sostenibile, capace di supportare l’innovazione senza compromettere la sovranità tecnologica.

Il rischio reale: disruption operativa
Il vero punto critico, però, resta uno: il rischio di disruption. Come sottolineato da Fabio Grassini di Red Hat, molte aziende hanno pianificato strategie di uscita, ma quattro su dieci subirebbero comunque un disservizio significativo nel momento in cui dovessero attuarle. Questo dimostra che la sovranità non si costruisce solo con piani teorici, ma con infrastrutture solide, flessibili e realmente controllabili.
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Una sfida aperta per il futuro
In tutta Europa il dibattito sull’AI sta evolvendo: non si parla più di semplice sperimentazione, ma di implementazione concreta, con tutte le implicazioni legate a sicurezza, conformità e governance. Le aziende non cercano più soluzioni standardizzate, ma libertà di scelta, possibilità di combinare modelli diversi e, soprattutto, controllo. La fotografia che emerge è chiara: l’Italia è avanti nell’adozione dell’intelligenza artificiale, ma deve ancora colmare un gap strutturale nella governance e nella sovranità. La vera sfida non è più adottare l’AI, ma gestirla in modo consapevole e sostenibile. In questo scenario, l’open source si conferma una leva sempre più centrale, perché il vero vantaggio competitivo non sarà avere più tecnologia, ma avere pieno controllo su di essa.
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