
Per l’industria europea dell’acciaio il 2026 segna un passaggio importante. Dazi più elevati, contingenti tariffari più restrittivi, nuove esigenze di tracciabilità e il progressivo impatto del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) stanno cambiando il modo in cui le imprese devono gestire importazioni, fornitori e supply chain. A cambiare, però, non è soltanto il costo dell’acciaio: è l’intero perimetro della compliance.
A fotografare questa trasformazione è Pier Paolo Ghetti, Global Trade Advisory Leader di Deloitte Italia, in un’analisi dedicata all’evoluzione delle regole commerciali e doganali che interessano il settore siderurgico europeo.
Dazi sull’acciaio e tracciabilità: la supply chain diventa più complessa
Da luglio 2026 il nuovo assetto delle misure di salvaguardia europee introduce contingenti tariffari più restrittivi per le importazioni di prodotti siderurgici. Una volta superate le quote previste, può scattare un dazio del 50%, con conseguenze dirette sulla pianificazione degli acquisti e sulla sostenibilità economica degli approvvigionamenti. Per le aziende che utilizzano acciaio proveniente da Paesi extra-UE, quindi, conoscere il prezzo del materiale non è più sufficiente; diventa necessario sapere anche da dove arriva, come è stato prodotto e quali passaggi ha attraversato prima di raggiungere il mercato europeo.
In questo scenario assume particolare importanza il criterio melt & pour, che introduce una maggiore attenzione al luogo in cui l’acciaio è stato originariamente fuso e colato. L’origine rilevante ai fini delle misure commerciali non viene quindi letta soltanto considerando il Paese dell’ultima trasformazione o lavorazione, ma guardando più indietro nella catena produttiva. Il risultato è una maggiore capacità di contrastare triangolazioni, rilavorazioni minime e deviazioni dei flussi commerciali; per le imprese, però, significa anche dover disporre di una documentazione molto più completa.
Fornitori, processi produttivi, classificazione doganale e origine della merce diventano elementi da presidiare con maggiore attenzione. La tracciabilità deve seguire il prodotto lungo il suo percorso, dalla fusione e colata fino alle successive lavorazioni e al bene finito.

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CBAM, il nuovo fattore di competitività
Alla pressione derivante dalle misure commerciali si aggiunge quella ambientale. Dal 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism, meglio conosciuto come CBAM, è entrato nella sua fase definitiva, introducendo nuovi obblighi per gli importatori di determinati prodotti, tra cui l’acciaio.
Il meccanismo collega il commercio internazionale alle emissioni incorporate nei prodotti importati e introduce un costo legato alla componente carbonica. Per le imprese questo significa integrare informazioni ambientali, doganali e contabili che fino a oggi erano spesso gestite separatamente. Il CBAM potrebbe favorire i produttori europei che hanno già investito nella decarbonizzazione e in processi produttivi a minore intensità di carbonio; allo stesso tempo, nella fase di implementazione, può aumentare la complessità amministrativa per gli importatori.
Uno dei nodi riguarda infatti la data governance: le aziende devono poter verificare e gestire in modo affidabile i dati sulle emissioni forniti dai supplier extra-UE, riconciliandoli con le informazioni utilizzate per gli adempimenti doganali e contabili.

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La classificazione doganale diventa strategica
Un altro tema destinato ad assumere un peso crescente riguarda la possibile estensione del CBAM ai prodotti downstream, cioè ai beni realizzati a partire da materiali già interessati dal meccanismo. Qui entra in gioco la classificazione secondo la Nomenclatura Combinata, che potrebbe determinare differenze significative nel trattamento regolatorio di prodotti molto simili tra loro.
Alcuni componenti metallici o articoli di fissaggio destinati all’industria, per esempio, potrebbero essere inclusi o esclusi dal perimetro del CBAM in funzione del codice doganale attribuito. La classificazione, quindi, non rappresenta più soltanto un adempimento tecnico: può incidere direttamente sui costi, sugli obblighi e sulla competitività del prodotto. Anche i rottami, pur non rientrando attualmente nell’Annex I del CBAM, restano un elemento rilevante per la filiera siderurgica europea. La loro esclusione dal meccanismo non elimina infatti gli effetti indiretti sulle strategie di approvvigionamento, sulla competitività e sulla necessità di garantire una documentazione coerente lungo la catena del valore.

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Il rischio per l’export europeo
La questione non riguarda però soltanto ciò che entra nell’Unione europea: una delle principali sfide per la siderurgia è mantenere la propria competitività sui mercati internazionali. Il CBAM può contribuire a ridurre il divario di costo tra produzione europea e importazioni soggette a un prezzo del carbonio inferiore. Ma la situazione cambia quando un produttore europeo si confronta, su un mercato estero, con concorrenti che non devono sostenere costi climatici equivalenti.
È qui che entra nel dibattito il Temporary Decarbonisation Fund, pensato per sostenere la transizione verso una produzione a basse emissioni e ridurre l’impatto del costo della decarbonizzazione sulle aziende europee esposte alla concorrenza globale. Per il settore dell’acciaio la questione è particolarmente delicata; la transizione energetica può infatti aumentare i costi industriali proprio mentre altri grandi produttori internazionali procedono a ritmi differenti sul fronte della decarbonizzazione.
La competitività futura dell’industria europea dipenderà quindi anche dalla capacità di accompagnare gli investimenti green con strumenti che permettano alle imprese di continuare a competere sui mercati internazionali.

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Anche gli Stati Uniti aumentano la pressione
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le misure statunitensi della Section 232, che continuano a rappresentare un elemento di pressione per l’export europeo di acciaio e prodotti derivati. L’inasprimento delle misure commerciali americane può incidere sui prezzi, sulle condizioni di consegna e sulle strategie con cui le aziende europee cercano di accedere al mercato statunitense.
Anche in questo caso, però, il tema non si esaurisce nella tariffa applicata. Le regole americane richiedono un controllo sempre più accurato sulla composizione dei prodotti e sul contenuto metallico incorporato, con conseguenze sulla documentazione commerciale e doganale. Esiste poi un ulteriore rischio: eventuali volumi di acciaio penalizzati o esclusi dal mercato statunitense potrebbero essere indirizzati verso l’Europa. Le misure di difesa commerciale dell’Unione assumono così un ruolo ancora più importante nel proteggere il mercato interno.

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Dalla compliance alla strategia industriale
Il vero cambiamento, secondo l’analisi di Deloitte, riguarda quindi il ruolo della compliance: la gestione doganale non può più essere considerata soltanto una questione amministrativa legata al pagamento dei dazi. Origine delle merci, difesa commerciale, CBAM, sanzioni, export control ed ESG sono sempre più interconnessi e finiscono per influenzare direttamente procurement, contratti, investimenti e pianificazione industriale.
Per le aziende siderurgiche questo significa costruire una visione integrata del rischio regolatorio, capace di mettere in relazione dati produttivi, ambientali, commerciali e doganali. In questo nuovo scenario, la compliance può diventare qualcosa di più di un costo necessario per rispettare le regole. Una gestione efficace della tracciabilità e dei dati, insieme a una maggiore conoscenza della supply chain, può infatti trasformarsi in uno strumento per anticipare i cambiamenti normativi, ridurre i rischi e prendere decisioni industriali più consapevoli.
Per l’acciaio europeo, alle prese contemporaneamente con decarbonizzazione, protezionismo e crescente competizione internazionale, è proprio questa capacità di trasformare la complessità regolatoria in una leva strategica a poter fare la differenza.













